La traduzione e la sindrome dell’impostore

La sindrome dell’impostore colpisce tutti, e i traduttori probabilmente sono le sue vittime preferite. A volte penso che quello che ci costringe a smettere di lavorare sul testo, limarlo e perfezionarlo è il fatto di doverlo consegnare.

Ma la sindrome dell’impostore può anche diventare una forza: voglio dirti che cosa ne penso io.

#sindrome dell'#impostore e #traduzione: farne una forza per migliorarsi Condividi il Tweet

Sindrome dell’impostore: che cos’è

La cosiddetta sindrome dell’impostore è una condizione psicologica che affligge le persone di successo. Le persone affette da questo problema sono incapaci di ritenersi meritevoli dei successi e dei riconoscimenti ottenuti, spesso non riescono ad accettare i complimenti senza sminuirsi, hanno la tendenza a considerare colpi di fortuna i frutti del loro lavoro e hanno paura di venire “smascherati” un giorno.

Che vuol dire tutto questo? Molto semplice: che a mettersi in discussione in questo modo sono proprio le persone più competenti e capaci.

Se hai la tendenza a pensare wow, che colpo di fortuna questo incarico, se le persone ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro e tu ti sminuisci pensando che in fin dei conti era facile, allora sei dei nostri: hai anche tu la sindrome dell’impostore.

Sindrome dell’impostore: i traduttori

Come dicevo all’inizio, i traduttori sono probabilmente le vittime preferite di questa sindrome. Credo che siano pochissimi i traduttori che non hanno mai provato la sensazione di avere un incredibile colpo di fortuna dopo aver ricevuto un incarico particolarmente prestigioso, che non si scherniscono quando ricevono un complimento, che ritengono di aver davvero meritato tutti i successi e i riconoscimenti che hanno ricevuto, senza pensare nemmeno una volta potevo fare di meglio o qualcuno poteva fare meglio di me.
(Di mio, invidio fortemente chi non ha mai provato queste sensazioni: sono il mio pane quotidiano).

Eppure, tutte queste sensazioni secondo me non sono così negative come gli articoli che ho trovato in giro sui vari siti le descrivono.
Certo, è importante che questa sindrome non arrivi mai a cadere nel patologico, magari spingendoci a rifiutare un lavoro importante perché pensiamo di non meritarlo e di non esserne all’altezza. Ma io sono dell’idea che non sentirsi all’altezza di qualcosa che ci viene affidato possa essere un incredibile impulso a fare del nostro meglio, anche più di quanto faremmo se pensassimo di avere il totale controllo della situazione.

Non è semplice, lo ammetto: serve apertura mentale, la capacità di sfruttare ogni cosa per favorire crescita personale e professionale, l’attenzione agli errori e a come siamo arrivati a commetterli, la voglia di lavorare costantemente su se stessi e in generale ogni tanto bisogna saper mettere a tacere la vocina negativa.
Ma è possibile farlo.

Sindrome dell’impostore: la mia forza

Lo scorso ottobre ho incontrato un’amica a colazione: abbiamo fatto un giro, ci siamo fatte due chiacchiere, l’ho messa a parte di un progetto che, ai tempi, era solo un’idea e che oggi si sta concretizzando sempre di più.

È stato proprio allora che ho detto, senza pensarci: «mi rendo conto di essere stata fortunata».
La mia amica mi ha subito rimproverata, quasi: mi ha detto che la mia non è stata fortuna. Mi ha detto che io mi ero fatta il mazzo e che quello che avevo ottenuto era conseguenza del mio impegno e delle mie capacità.

Ho cominciato a riflettere. È da ottobre che ci penso. Da ottobre che mi dico che sì, c’è stata anche una dose di fortuna, ma prima di quello c’è stato anche un sacco di impegno, di studio, un sacco di cose che ho fatto senza alcun obbligo, perché tradurre mi piace ed è quello che voglio fare. La fortuna è stata trovare certe occasioni, ma l’aver avuto successo con quelle occasioni è frutto delle ore di pratica, di lettura, di riflessione. A volte si è trattato anche di coraggio, di mandare a quel paese la vocina che mi diceva non ce la farai mai per ascoltare quella che diceva provaci, se non ci provi non lo saprai mai.

Non mi sono del tutto liberata della sindrome, solo che la vedo con un occhio diverso. Oggi non è più oddio non sono all’altezza di questo incarico, lo devo rifiutare ma ok, è ora di dare il massimo del massimo. Da cosa partiamo? Qual è il mio punto più debole?

Non è facile. Per niente. Ci sono momenti in cui è estenuante, in cui la voce della negatività sembra vincere, in cui sembra di soccombere ai suoi te l’avevo detto.

Ma i momenti in cui la voce tace perché un tuo successo l’ha zittita sono impagabili.

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Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

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