I progetti, gioie e fatiche

Quando arriva un progetto la prima reazione è di gioia. Ma il rischio di accettare troppi progetti e trasformarli in noia, fatica e stanchezza è in agguato.

Per me, accettare troppi progetti potrebbe essere un altro effetto della sindrome dell’impostore di cui parlavo qualche articolo fa; a volte non ci si fa pagare il giusto, altre volte si tende ad accumulare per dimostrare, più a se stessi che agli altri, che si è all’altezza dei compiti che ci vengono assegnati. Ma troppi progetti si trasformano da gioie in fatiche.

I #progetti più che #gioia ti portano solo #noia e #stanchezza? Forse non è solo la primavera! Condividi il Tweet

I miei progetti, le mie fatiche

Tempo fa ho ritrovato alcune vecchie agende che non avevo utilizzato come agende, ma come spazi per prendere appunti. C’erano alcune pagine che, però, avevo tentato di usare per programmare le mie giornate; e ho notato che, allora come adesso, ci sono periodi in cui ho la tendenza a farmi programmi irrealizzabili.

Non perché non ne sono all’altezza o non ho le capacità o le competenze per portarli a termine: semplicemente perché tendo, nonostante cerchi di smettere, ad ammassare troppe cose tra le 8 della mattina e le 9 di sera. Ritmi insostenibili che non tengono conto della stanchezza, della possibilità di buscarsi un raffreddore, dell’arrivo della mia simpatica emicrania. Ritmi che non considerano nemmeno lontanamente l’idea che una pausa sia non solo salutare, ma indispensabile. Sono programmi rigidi, calcolati al minuto, con un’alta probabilità di saltare per il minimo inghippo.

In questo caso, un nuovo progetto non è una cosa che porta gioia e soddisfazione: porta anzi con sé ansia, terrore di non riuscire a terminare, e il classico auto-giudizio: non ho fatto tutto perché sono incapace. Con tutto quello che poi ne consegue.

Negli anni ho più o meno imparato che tutti abbiamo dei limiti e che programmi così rigidi sono votati al fallimento in partenza. Un programma deve essere equilibrato, per non rischiare di distruggerci nel giro di due giorni, e deve essere flessibile, perché altrimenti il minimo inghippo trascina tutto alla rovina, come in una valanga.

I miei progetti: le gioie

Ci è voluto diverso tempo per capire che stavo chiedendo troppo a me stessa. Che pretendevo troppo da me stessa. Che il fatto di essere sveglia per 12, 14, 16 ore non implica il dover fare qualcosa in tutte quelle ore. Che a volte va bene anche non fare niente, se la mente e il corpo ne hanno bisogno.

Ho cominciato a fare programmi più flessibili. A curare di più i tempi di pausa. A valutare meglio quanto impiego a fare una determinata cosa e quindi iniziare prima, se possibile, in modo da avere un po’ di tempo “libero” alla fine da gestire come meglio credo. Ho imparato che il lavoro può essere bello e divertente.

E adesso il lavoro è bello e divertente, e lo è perché è cambiato il mio approccio. Certo, a volte mi capita comunque di rifiutare qualcosa perché proprio non ce la faccio, ma credo che questa sia in realtà una buona cosa: sono meno soldi che entrano, ma è anche meno stress, meno ansia, meno terrore di fallire.

I progetti e il nostro valore

La cosa più importante che ho imparato in questi anni è che il mio valore non dipende da quante cose riesco a portare a termine, ma dipende da come le porto a termine. E sinceramente a me piace come le porto a termine, alla faccia della mia sindrome dell’impostore (che in questo esatto momento mi sta chiedendo: sei sicura?).

E tutto questo vale anche per te. Il tuo valore non dipende da quante cose cancelli dalla tua lista di cose da fare, ma da come le hai fatte. E se le fai con tranquillità, senza l’ansia di finire in fretta perché poi hai un altro progetto e un altro ancora, senza auto-giudicarti… le fai bene. Alla faccia della tua sindrome dell’impostore.

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Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

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