La scure della censura

Censura e traduzione: a volte le due cose sono strettamente legate. Censura non è solamente il taglio di parti di testo che risponde a esigenze di vario genere (pensiamo alla censura politica); a mio modo di vedere, quando dobbiamo trattenerci e alterare il linguaggio che useremmo, quando dobbiamo edulcorare una certa espressione ci stiamo censurando.

E come si affronta la censura nell’ambito della traduzione?

Spesso ci sono indicazioni specifiche a cui attenersi: no al turpiloquio, per esempio. Altre volte tutto è demandato alle scelte del traduttore, che deve quindi trovare l’ennesimo equilibrio. E a questo punto come si procede?

Cosa fare quando nella tua #traduzione devi edulcorare il #turpiloquio? È tutta una questione di #equilibrio Condividi il Tweet

Censura e traduzione: il turpiloquio

Mi è capitato in passato, soprattutto con la traduzione delle storie amatoriali, di avere a che fare con dei testi in cui l’uso delle cosiddette parolacce era piuttosto intensivo. Anche all’interno dello stesso testo c’erano capitoli in cui il turpiloquio era più pesante e altri in cui magari non compariva affatto. In quel caso il problema non era tanto la censura, quanto il dare un senso all’utilizzo di quei termini all’interno delle frasi in cui venivano collocati e soprattutto nella bocca dei personaggi che li proferivano, a maggior ragione quando quei personaggi erano conosciuti al pubblico come educati, signorili, il classico tipo di personaggio da cui non ti aspetti la parolaccia. In quell’ambito omettere una parolaccia, come l’ennesimo fucking, non era tanto una censura, quanto un cercare di rendere il discorso più fluido, magari togliendo da una parte e aggiungendo dall’altra: se il senso era rendere la rabbia, per esempio, allora si poteva spostare la parolaccia, usare un verbo più forte, fare in modo che la frase pronunciata avesse naturalezza e non sembrasse “letteraria”.

A volte il #turpiloquio ha un senso proprio perché viene usato da un certo personaggio: per #censurarlo devi appesantire altro Condividi il Tweet

Di recente invece ho dovuto proprio edulcorare una certa espressione; era l’unica all’interno del romanzo, e in quel caso un personaggio esprimeva su un altro personaggio secondario un giudizio piuttosto forte (e, lasciatemelo dire, del tutto meritato). In quel caso ho avuto un’indicazione specifica e ho dovuto seguirla: è ovvio che quindi l’effetto del giudizio è attutito, pur rimanendo negativo. Tuttora mi chiedo come avrei potuto fare, quale parte della frase avrei potuto caricare del significato di quello stronzo che ho dovuto omettere, che cosa avrei potuto fare di più per rispettare una cosa fondamentale: la voce del personaggio.

Censura e traduzione: la voce del personaggio

Il momento in cui i personaggi parlano è molto particolare: sono loro stessi a caratterizzarsi tramite ciò che dicono, come lo dicono e perché lo dicono. Per questo la traduzione dei dialoghi è sempre piuttosto delicata: c’è un equilibrio che è necessario rispettare, la voce dei personaggi che deve emergere e che deve differenziarsi da quella degli altri personaggi, per esempio, e anche da quella del narratore. Un personaggio può sempre esprimere cose poco condivisibili: ad esempio può esprimere concetti razzisti, sessisti, discriminanti, ma il meccanismo tramite cui capiamo che sono convinzioni del personaggio e non dell’autore è proprio la sua caratterizzazione e il modo in cui l’autore stesso lo presenta, magari schernendolo per ciò che dice.

Come si inserisce però il turpiloquio in tutto questo? Come si inserisce la necessità di edulcorare o alterare alcuni aspetti del linguaggio del personaggio in tutto questo?

Se il #turpiloquio è caratterizzante o serve a delineare un #personaggio, ometterlo può essere un errore Condividi il Tweet

Immaginiamo un personaggio che è sempre molto educato, raffinato, che ci tiene a mostrarsi elegante, sia nel modo di vestire che nel modo di comportarsi e perché no, anche nel modo di esprimersi. Immaginiamo di leggere circa trecento pagine di un romanzo in cui questo personaggio mantiene una certa linea di signorilità al punto da guadagnarsi non solo l’ammirazione degli altri personaggi che con lui si rapportano, ma anche la nostra. Ecco, ora immaginiamo che a una festa una cameriera per errore rovesci addosso al nostro personaggio un calice di vino, macchiandogli di rosso un bel vestito color crema: il nostro personaggio così educato, raffinato, elegante e signorile sbotta con un bel «cazzo!».

Te lo saresti aspettato? No, perché il personaggio è stato presentato in un certo modo e fino a quel momento nulla ti ha fatto pensare che fosse scurrile. Che cosa cambia nella tua percezione del personaggio? A seconda di come te lo presenta da qui in poi l’autore, potresti pensare che sia sbottato così per nervosismo, perché magari a quella festa c’erano personaggi su cui voleva fare colpo: lo capisci perché il personaggio comincia a scusarsi a profusione con la povera malcapitata che gli ha macchiato il vestito. Potresti pensare che invece quello sfogo sia dovuto al fatto che in realtà non è educato, raffinato, elegante e signorile, ma che finge di esserlo perché ha bisogno dell’ammirazione degli altri personaggi per raggiungere alcuni suoi scopi, non necessariamente loschi, e lo scopri perché poi il personaggio comincia a essere ritratto anche in situazioni che ti dimostrano chi è davvero, e qui ti rendi conto che grazie all’abilità dell’autore la raffinatezza del personaggio ti giungeva filtrata dagli occhi degli altri a cui lui si mostrava così.

In entrambi i casi quello sfogo ha la sua ragione d’essere, e alterarlo potrebbe influire sull’effetto che quello sfogo deve avere su di te come lettore: è una sorta di climax a cui l’autore mirava e che può rappresentare la chiave di volta dell’intera vicenda. Certo, potresti trovare un termine non scurrile che renda allo stesso modo (ti va di dirmi quale nei commenti?), ma deve avere lo stesso impatto.

Considera invece i romanzi di Irvine Welsh: in essi il turpiloquio è parte integrante della narrazione e il fatto che sia così frequente nel testo è una scelta precisa dell’autore. In questi casi non ti è possibile edulcorare niente, al massimo puoi dar sfogo alla tua creatività per trovare sinonimi.

Censura e traduzione: trovare il giusto equilibrio

La censura del turpiloquio deve avere un senso non solo rispetto al pubblico a cui il testo verrà poi proposto, ma soprattutto rispetto alla coerenza interna del testo stesso. La stessa parolaccia ha un effetto diverso se viene messa in bocca a un personaggio che la usa frequentemente, quasi come un intercalare, rispetto quando viene messa in bocca a un personaggio che non la usa mai e che lo fa in una situazione specifica per un motivo preciso. Ci sono dei casi in cui secondo me non è evitabile, ci sono dei casi in cui invece si può tranquillamente edulcorare ottenendo più o meno lo stesso risultato (e sono questi i casi in cui l’uso della parolaccia non è fondamentale nella vicenda) e ce ne sono altri infine in cui la scelta è soltanto del traduttore o del suo editore.

La #censura del #turpiloquio è possibile nel rispetto del #pubblico, della #coerenza interna del testo e dei #personaggi Condividi il Tweet

Conclusioni

Ti ho proposto un giochino: nell’esempio che ti ho fatto sopra, sostituire la parola cazzo con una parola meno scurrile, ma che determini lo stesso impatto a livello di trama che ti ho descritto. Sono curiosissima!

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Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

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