Perché sono più figa di Google Translate

Ci sono tantissime persone convinte che ormai una figura come la mia sia superata: perché rivolgersi a una traduttrice, quando puoi andare su Google e farti tradurre quello che ti serve al volo?

Be’, lascia che ti dica una cosa: il motivo fondamentale per cui è meglio rivolgersi a una figura come la mia è che si capisce subito se si ha davanti una traduzione automatica. Pensaci: quante volte hai cestinato un’e-mail perché l’italiano molto traballante ti ha convinto che era spam, se non proprio phishing? Quante volte hai letto la descrizione di un’applicazione da scaricare sul tuo cellulare e il testo era davvero poco comprensibile? Quanti siti hai abbandonato dopo aver capito che, pur essendo in italiano, le frasi erano così contorte che non sembrava italiano? Ti trovavi davanti a delle traduzioni automatiche, prese direttamente dal software, o da Google, e utilizzate così come il sistema le aveva create. Il più delle volte proprio per non pagare una figura come la mia.

Il motivo per cui distingui la traduzione fatta da Google e quella fatta da me, e quello che mi rende più figa di Google Translate, è che io ho a disposizione una cosa che a Google manca: un cervello umano in grado di comprendere il linguaggio e le sue sfumature. E di interpretare, quando serve, tutti quei dettagli che danno un senso al discorso, una sua personalità, quel qualcosa che solo una persona può capire.

Ci sono testi che, indubbiamente, si prestano bene alla traduzione automatica. Ma hanno bisogno comunque di un intervento umano, che le renda comprensibili, che controlli gli errori, l’ordine delle parole. Questo processo si chiama post-editing e può essere più o meno approfondito, a seconda della qualità di partenza della traduzione automatica e della qualità finale che deve essere raggiunta.

E poi ci sono testi che non sono assolutamente traducibili da un sistema automatico, per quanto “bene” questo sistema traduca: si tratta dei testi letterari, quei testi dove ogni singola parola va scelta attentamente, dove bisogna anche fare attenzione all’etimologia, dove anche una sola virgola al posto sbagliato può modificare il senso del discorso.

Non pretendo che ti fidi della mia parola: ti faccio qualche esempio pratico del perché i traduttori sono ancora figure preziose e insostituibili.

L’ordine delle parole

Come ti dicevo, ci sono testi che, per loro natura, si adattano a una traduzione automatica, ma che vanno comunque rivisti successivamente. Uno degli esempi più eclatanti è l’ordine delle parole. Per dimostrartelo, ho chiesto a Google Translate di tradurre una frase, per la precisione un titolo, di un lavoro con cui ho avuto a che fare tempo fa. Ecco il risultato:

A volte i sistemi automatici non riescono a riprodurre un ordine corretto delle parole.
Come vedi, Google ha mantenuto esattamente lo stesso ordine dell’originale. Ma in italiano questo ordine non ha assolutamente senso: Google infatti non riconosce quelle parole che in inglese vengono usate in funzione attributiva, pur non essendo aggettivi.

La frase di cui sopra andrebbe tradotta come “trascrizione della lezione per la certificazione di marketing inbound”.
Ho aggiunto una parola, come vedi: questo perché, avendo davanti il testo completo e la capacità di fare ricerche quando serve, so che di questo si tratta.
Il testo era comunque comprensibile? Sì, forse sì. Sarebbe stato presentabile in un sito web, una brochure, uno scritto? No, per nulla.

La scelta del traducente

Facciamo un gioco: diamo in pasto a Google Translate un testo letterario. Sì, è come sparare sulla croce rossa, ma dammi retta per un attimo: sto per dimostrarti che a volte la traduzione automatica sceglie un termine sbagliato. E lo posiziona pure male.

L'incipit di Orgoglio e Pregiudizio, tradotto da Google

Forse lo hai riconosciuto, ma in caso non lo avessi fatto te lo dico io: è il celeberrimo incipit di Orgoglio e pregiudizio (e se non l’hai ancora fatto leggilo!). Per prima cosa, la punteggiatura non è corretta: Google ha mantenuto le virgole della frase originale (presa, per l’occasione, da Project Gutenberg), ma in italiano quelle virgole vanno eliminate.
L’errore più grave, però, è il modo in cui è stato tradotto “single man”: un solo uomo. Un traduttore umano capirebbe che quel “single” sta per “scapolo”; anche se fosse indotto in errore, la lettura delle frasi successive basterebbe a fargli riconsiderare un’eventuale scelta sbagliata del traducente per il termine “single”. Questo perché il traduttore considera il testo nel suo insieme, e può ritornare sui suoi passi se si rende conto di aver preso un abbaglio. Google non lo fa.
C’è anche un errore di ordine delle parole, che altera il significato dell’espressione. Un solo uomo per me significa “un unico uomo”, non un uomo senza compagna/moglie.
Ti chiedo di nuovo: è comprensibile? Be’, forse sì, a voler essere buoni. Ma dimmi sinceramente: tu leggeresti un intero libro tradotto a questo modo?

Giochi di parole e modi di dire

Un paio d’anni fa, traducendo una storia amatoriale, sono incappata in una curiosa espressione che all’epoca non conoscevo: waiting for the other shoe to drop. Un giorno ti parlerò del gioco di parole che l’autrice riuscì a creare su questo modo di dire, ma ora voglio farti riflettere su cosa sarebbe successo se avessi messo la frase incriminata in Google Translate. L’ho fatto oggi, per curiosità, ed ecco il risultato:

La (pessima) traduzione automatica di un modo di dire

Direi che non c’è bisogno di commentare: è una traduzione che ti aiuta a capire il senso del detto inglese? Te lo spiego: significa aspettare che accada qualcosa di inevitabile, aspettarsi che accada qualcosa di brutto, attendere che venga fatto il passo successivo in una questione, rimandare una decisione in attesa che un’altra situazione si risolva. Ti lascio il link che mi ha aiutata a capire il senso di questo modo di dire; nelle prossime settimane ti spiegherò anche come è nato, e allora avrai un’idea più chiara del tutto (ci conto, guarda che ti aspetto!). E ti chiedo di nuovo: la traduzione di Google ti ha aiutato a capire?
Lo stesso discorso vale anche per i giochi di parole. Nella storia che mi ha fatto scoprire questo modo di dire, l’autrice giocava sul fatto che si parlasse di lasciar cadere una scarpa, e i due personaggi si scambiavano una serie di battute, scherzando sul fatto di rimanere senza scarpe e di sostenersi quindi l’un l’altra. Non è stato semplice risolvere, perché il bello dei giochi di parole è proprio questo: che sono strettamente legati alla lingua e alla fantasia dell’autore, e ciò che è possibile in una lingua non lo è in un’altra. Diventa anche estremamente difficile tradurli: ma vuoi mettere la soddisfazione quando ti viene il colpo di genio (evviva l’umiltà!) e capisci come risolverlo?

Un gioco di parole, soprattutto se fatto su un modo di dire così particolare, intraducibile in maniera letterale in italiano, ti dimostra quanto la lingua sia strettamente legata alla cultura che attraverso di essa si esprime. A volte ti pone davanti a una scelta: tradurre conservando il gioco di parole, che però è intraducibile e potrebbe richiedere una nota del traduttore, o sacrificare il gioco di parole in favore di una migliore comprensione del testo?

Questa è una sfida che richiede un cervello che sappia vagliare le possibilità, operare scelte linguistiche a volte complesse, capire qual è il miglior equilibrio per far sì che il lettore possa godere appieno del testo che gli proponiamo. Perché il mio fine, come traduttrice, è proprio questo: favorire la comunicazione tra chi ha un messaggio e lo racconta in una storia, e chi deve/vuole riceverlo, ma non potrebbe farlo perché non conosce abbastanza la lingua. Ma io sì, e posso fare da tramite.

Io sono quel tramite. Ed è per questo che sono più figa di Google Translate.

 

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immagine di pixabay, modificata con Canva

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Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

7 comments

    Questo post mi ha fatto morire! Io sono letteralmente innamorata dei film anni 50/60 in cui le traduzioni erano a dir poco fantasiose, credo google si ispiri a loro 😉

    Sottoscrivo ogni singola parola!! 😀 dalle aziende che ti liquidano con “la ringrazio, ma al momento per le traduzioni ci affidiamo a GoogleTranslate, sa, è gratis …. ” o.O alle ore passate a scervellarsi su come tradurre una frase per far capire a chi legge tutto il significato culturale nascosto dietro una singola frase che in traduzione letterale non vuol dire assolutamente niente … e poi, l’illuminazione!! Siiiiiii!! XD

    Grazie! In realtà non parlavo di un colpo di genio specifico, era più una considerazione generale 🙂 Posso dirti con certezza però che i colpi di genio li hai sempre sotto la doccia. O appena spegni la luce dopo essere andata a dormire. O quando esci a fare la camminata di salute e ti manca un’ora per tornare a casa.

    E’ vero, succede anche a me. Ovviamente quando non hai nulla per scrivere o sei impossibilitata a farlo. Un classico! Grazie!

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