Come mi sono innamorata della traduzione

Lo confesso: io seguo un sacco di blog. Ricevo pacchi di newsletter che spesso nemmeno leggo; le sfoglio velocemente e se trovo quello che mi interessa approfondisco, altrimenti cestino. Più spesso, però, non cancello, perché metti mai che invece domani mi interessa…

Ma ci sono newsletter, blog e siti che seguo con particolare interesse. Uno di questi è quello di Gioia Gottini, che ho scoperto da poco ma che adoro già un sacco. Gioia ha proposto un minicorso gratuito, via email, per reinnamorarsi del proprio business: e uno dei piccoli esercizi da fare è proprio raccontare come ci si è innamorati, all’inizio. E quindi eccomi: ti racconto come mi sono innamorata di quella meravigliosa arte che è il tradurre.

Utile passatempo

Facevo l’università, ed ero in periodo di esami. Erano sempre periodi difficili, pieni di ore di studio e di ansia e di “non ce la farò mai, perché non ho cominciato a studiare prima, non posso rimandare…”. Avevo bisogno di staccare un po’, e navigando in internet ho scoperto un enorme sito, fanfiction.net, dove chiunque poteva pubblicare storie nelle più svariate lingue del mondo. Ovviamente, la lingua principale era l’inglese. Allora si navigava ancora con il 56k, quindi aprivo le storie che mi interessavano per poterle poi leggere tranquillamente offline.

Diciamocelo: c’erano un sacco di storie che credo siano riassumibili con la parola “bah” (e un gruppo di storie, nemmeno troppo sparuto, che erano proprio “wtf”!). Ma c’erano anche piccole perle che tuttora, ogni tanto, vado a rileggere. E la lettura in lingua mi aiutava: riuscivo ad applicare meglio certe regole grammaticali, allargavo il mio vocabolario, e siccome di natura sono curiosa in fatto di lingue straniere, imparavo nuovi modi di dire perché facevo ricerche per capire cosa significassero.

C’era una cosa che mi dispiaceva moltissimo: quelle piccole perle erano inaccessibili a tutti quei lettori italiani che, come me, cercavano uno svago nelle fanfiction, ma non avevano gli strumenti per leggere quelle storie in lingua, perché magari non conoscevano l’inglese, o comunque non lo conoscevano abbastanza da poter reggere la lettura di diverse migliaia di parole in quella lingua.

E così ho pensato: io però posso. Quando leggo queste storie immagino come suonerebbero quelle frasi in italiano. Posso fare da tramite, fare in modo che anche il pubblico italiano possa scoprire quelle piccole perle e apprezzarle come le apprezzo io.
E così ho cominciato.

Un amore litigarello

Mi piacerebbe dirti che è andato tutto benissimo fin da subito, e che la traduzione mi ha accolta tra le braccia sussurrandomi “finalmente sei arrivata!”. Ma non è andata affatto così, anzi: all’inizio mi sentivo un po’ respinta. Avevo quest’idea fissa che l’autore andava assolutamente rispettato, e che quindi se aveva usato 300 aggettivi io dovevo tradurli tutti e 300.

Sapete che in inglese, quando ci si riferisce a parti del corpo, si deve usare il possessivo, vero? La traduzione letterale di “I’m washing my hands” sarebbe “Sto lavando le mie mani”. Poco sensato, in italiano: si usa il riflessivo, si elimina il possessivo e la frase è bella e fatta.

Ebbene, mi ricordo che in quella primissima traduzione avevo segnalato, alla persona che l’avrebbe poi messa online, tutte le volte che avevo omesso l’aggettivo possessivo quando uno dei personaggi si riferiva a parti del corpo. Segnalazione completamente inutile! Consegnai un file in formato *.txt che conteneva qualcosa come 88 note, di cui un buon 25% era la segnalazione dell’omissione dei possessivi.

Ora riconosco che, semplicemente, non mi sentivo all’altezza del compito. Fu allora che mi resi conto che conoscere una lingua straniera non fa di te un buon traduttore: ci vuole pazienza, dedizione, amore per la lettura, amore per la tua lingua madre e per la lingua straniera, e soprattutto tutta una serie di capacità che allora non avevo ancora.

Duri allenamenti e soddisfazioni

Nonostante mi sentissi una vera cretina, dopo aver inviato quelle 88 note per lo più inutili, decisi che la cosa mi piaceva. La soddisfazione che provavo quando qualcuno apprezzava lo sforzo che facevo per permettere ai lettori di apprezzare la storia era impagabile, e valeva tutte le figure barbine del mondo. E così ho continuato, rendendomi conto che era anche una questione di esperienza, di “farsi le ossa”.

Parteciperesti a una maratona se il massimo della tua attività fisica fosse camminare dal divano al frigo? Ovviamente no. Per partecipare a una maratona, soprattutto se parti dal divano, devi allenarti poco alla volta, porti obiettivi realistici, magari farti seguire da un esperto. Ebbene, mettendomi a tradurre quella storia (ed era per di più una storia lunghissima, con diversi capitoli) avevo praticamente cercato di correre una maratona senza aver mai corso prima d’allora, nemmeno per non perdere l’autobus.

Ma mi sono allenata. Mi sono fatta le ossa. Ho imparato quali erano gli strumenti per la traduzione: ad esempio i CAT tool, che ho imparato a usare proprio grazie alle traduzioni “amatoriali”. E sì, lo so, usare un CAT tool per quel tipo di traduzione non è il massimo, ma ciò che mi interessava era capirne il funzionamento, sapere come usarlo, per essere pronta a farlo se e quando avessi dovuto servirmene per un lavoro pagato.

Ebbene sì: avevo già deciso che quello doveva essere il mio lavoro, e mi sono dedicata a quel tipo di traduzione come l’avrei fatto se ne avessi tratto un guadagno. Quelle storie sono state la mia palestra, un po’ come quelle applicazioni che ti promettono di farti correre i 5 km nel giro di un mese o due: ho imparato che omettere a volte non è un male, soprattutto se l’aggettivo in italiano risulta ridondante e non aggiunge nulla ai fini della storia; ho imparato che il rispetto dell’autore consiste soprattutto nel trasmettere il senso di ciò che ha scritto, nel modo insieme il più fedele, comprensibile e scorrevole possibile; ho imparato che, come traduttore, devi essere silente, che il tuo intervento quasi non deve essere percepibile. Ho imparato che ci sono siti che vanno bene per lessici specifici, ho imparato modi di dire che non conoscevo, costumi di cui non sapevo nulla, tradizioni e usanze strettamente legate alle cultura di chi scriveva la storia che stavo traducendo. Ho imparato a non dare nulla per scontato, perché quello che oggi mi sembra una svista dell’autore domani si rivelerà invece un indizio che non ho saputo cogliere. Ho imparato le sfumature. Ho imparato l’importanza della scorrevolezza, anche se questo vuol dire rovesciare le frasi. Ho imparato a ragionare sulle soluzioni. A cercare prima di tutto in un dizionario monolingua. A fidarmi delle definizioni più che dei traducenti proposti. Ho imparato a leggere con un occhio buttato sulla traduzione, per cogliere soluzioni che un domani potrebbero ispirare anche me. E soprattutto ho imparato che a volte deve tacere tutto il resto e conta l’istinto.

E anche che le intuizioni geniali hanno la pessima, pessima abitudine di presentarsi quando sei sotto la doccia. O hai appena spento la luce sul comodino. O sei appena uscita per fare la spesa e quella cosa che ti frulla in testa, che mica puoi dimenticartela, ti farà dimenticare di comprare qualcosa.

Auguri e figli di carta?

Tutto sommato non devo essermi allenata così male, per quella maratona.
Lo scorso anno è stata pubblicata la mia prima traduzione letteraria: Come Cenerentola, di Tracy Barrett, il romanzo grazie a cui ho elaborato un vero e proprio metodo di lavoro.
E nei prossimi mesi uscirà anche la seconda.

Che dici, posso dire che io e la traduzione stiamo vivendo felici e contente?


immagine di pixabay, modificata con Canva

Iscriviti alla mia newsletter

Iscriviti alla mia newsletter

In regalo il file per calcolare la tua produttività! Ti invierò solo un'email al mese, più qualche bonus durante l'anno. Niente spam perché lo spam fa piangere i quokka.

Grazie!

Published by
Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

Rispondi