Se la tua voce è un filtro

Nella traduzione, se la tua voce è un filtro troppo preponderante rispetto a quella dell’autore si verifica un problema: a essere riconoscibile sei tu, non l’autore, anche solo in parte.

Anni fa, quando traducevo storie amatoriali, mi è capitato di collaborare con altre persone per la traduzione di due storie della stessa autrice: la prima, più corposa, è stata tradotta da me e altre due ragazze; una di queste ragazze ha collaborato con me anche alla traduzione della seconda storia, più breve e di argomento molto più leggero.

Nello stesso periodo facevo riferimento a un’amica, anche lei interessata alla traduzione di questo tipo di storie, che leggeva in anteprima le mie traduzioni per dirmi se avevo scritto delle castronerie. Fu proprio lei un giorno a farmi riflettere sul mio ruolo come filtro, perché in riferimento alla storia più corposa e complessa mi disse che si capiva quando un capitolo era tradotto da me e quando invece era tradotto da una delle altre due ragazze. Lo disse senza alcun intento polemico, come un’osservazione en passant, ma la cosa mi fece pensare molto, perché quello che doveva trasparire dalla storia non era il mio stile di traduzione, o lo stile dell’altra ragazza, ma lo stile dell’autrice, quello che l’avrebbe resa riconoscibile da un testo all’altro.

quando la tua #voce diventa un #filtro: problemi di #traduzione e come risolverli Condividi il Tweet

La mia voce come filtro: come ho reagito

Dapprima, ammetto di aver preso quella critica, che ripeto fu fatta solo come osservazione, in maniera piuttosto negativa. Poi però ho cominciato a pensare al perché la mia amica era arrivata a riuscire a riconoscere chi aveva tradotto cosa, indovinando praticamente ogni volta.

Si trattava di traduzioni di storie amatoriali, quindi non abbiamo mai lavorato insieme nel senso in cui lo fanno i traduttori che si occupano di traduzioni a quattro o più umani. Ci eravamo date una sorta di glossario da utilizzare, per i termini che ricorrevano e che erano importanti all’interno della trama, ma non avevamo stabilito uno stile specifico a cui attenerci. Ognuna traduceva al meglio delle sue capacità, e lo scopo era rendere fruibile dal pubblico italiano una storia che altrimenti non avrebbe potuto leggere. Uno scopo sicuramente ammirevole, però effettivamente abbiamo peccato un pochino di ingenuità e forse è da questo che è nata l’osservazione della mia amica.

Ho deciso quindi di rileggere i capitoli che avevo tradotto io e quelli che aveva tradotto questa ragazza, mettendoli a confronto e cercando di capire che cosa caratterizzava sia me che lei e come si poteva fare in modo di smussare queste differenze per far sì che emergesse l’unicità dell’autrice.

Ho trovato molto su cui riflettere. L’altra ragazza, per esempio, era più a suo agio con il gergo giovanile e con il turpiloquio, mentre io tendevo ancora a essere piuttosto rigida nella resa dei testi e a volte faticavo a rendere tutti quei damn, damned e fucking che costellavano il testo nelle scene più convulse. Sono andata anche a rivedermi i testi originali, per cogliere appieno il punto in cui quello che scrivevamo smetteva di essere il testo dell’autrice e cominciava ad essere il testo filtrato da noi come traduttrici.

La mia voce come filtro: come ho cercato di sistemare

Una volta che mi sono resa conto di qual era il problema ho cercato di correre ai ripari. Quello che era importante era che il lettore potesse riconoscere lo stile dell’autrice; ovviamente, il tipo di storie presentate da questa autrice differiva molto nei temi, nelle situazioni presentate, nelle atmosfere dipinte, e quindi la nostra traduzione doveva riflettere queste differenze. Ma c’erano degli aspetti, dei particolari nel modo di scrivere di questa autrice che ricorrevano e che erano il suo marchio di fabbrica, se così si può dire. Queste erano le cose che avrebbero dovuto emergere di più e che tendevamo ad esprimere con stili molto diversi.

far emergere lo #stile dell'autore e mettere a tacere quello del #traduttore: un delicato gioco di #equilibrio Condividi il Tweet

Ho cercato di adattare la mia voce a quella delle altre traduttrici, e ho cercato di farlo anche nella storia successiva, dove ha collaborato con la terza ragazza, quella che non era entrata nel paragone fatto dalla mia amica. Ho preso il modo in cui lei gestiva il gergo giovanile per inserirlo nelle mie frasi, cercando di togliere la rigidità da cui ancora faticavo a staccarmi e ottenere così una traduzione più fluida, più naturale. Ho fatto attenzione anche al modo in cui a volte si rendeva necessario “sfoltire”, per dare l’idea che a parlare fosse effettivamente una ragazza di diciassette anni. Ho imparato un sacco di trucchi dall’osservazione dei testi prodotti dalla ragazza con cui ho collaborato, e devo dire che oggi come oggi mi dispiace molto aver perso i contatti con lei, perché se la potessi contattare la ringrazierei moltissimo di ciò che mi ha insegnato.

Erano storie amatoriali, il nostro impegno era relativo e la traduzione era fatta soprattutto per passione verso la trama, la storia del suo complesso, l’amicizia con l’autrice. Probabilmente, nonostante i miei sforzi per dare una voce unitaria al testo, cercando di smorzare il più possibile il mio stile per intrufolarmi in quello dell’autrice e in quello della mia collaboratrice,  si possono leggere quei testi ancora oggi e capire quali sono quelli tradotti da me e quelli tradotti da lei. Ma mi piace pensare che oggi sia un po’ più difficile.

La mia voce come filtro: uniformità e voce dell’autore

Tutto questo mi è servito a capire una cosa molto importante, ovvero che io come traduttrice sarò sempre una sorta di filtro tra quello che l’autore ha scritto e quello che i lettori della mia traduzione riceveranno e potranno leggere. Questo è inevitabile; a volte si può fare lo sforzo di renderlo il meno evidente possibile, a volte è necessario operare delle scelte che ci rendono un po’ più visibili. È importante però imparare a rispettare il più possibile la voce dell’autore, le sue scelte terminologiche, le sue scelte stilistiche e tutto quello che lo rende unico e riconoscibile. È come essere l’acqua che vedi nell’immagine che ho scelto per questo articolo: è trasparente, e puoi leggere le parole sottostanti, ma a volte ci sono delle increspature che rendono il testo un pochino più torbido ed è lì che si annidano le scelte insidiose, le rinunce ai doppi sensi che non possono essere trasmessi, le perdite.

la #voce del #traduttore come acqua: trasparente, ma a volte increspata, piena di rinunce e perdite Condividi il Tweet

È estremamente complesso, a volte viene anche voglia di mollare tutto, ma ci sono delle volte invece in cui il risultato ti dà l’idea che ne valga la pena.

Quando hai percepito del filtro?

C’è stato qualcosa nella tua carriera di letture o di lettrice che ti ha fatto percepire il filtro del traduttore? Che cosa è stato? Sono molto curiosa, mi piacerebbe davvero saperlo!

Se la tua #voce è un #filtro: un articolo sulle difficoltà nella #traduzione e sullo #stile Condividi il Tweet

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Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

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