Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, di Umberto Eco

Questo articolo è il primo di una serie che mi sta molto a cuore: si tratta dei libri che fanno parte della mia “biblioteca del traduttore”, ovvero di quei libri che, secondo me, un traduttore deve leggere e conoscere. Se ti interessa sapere che cosa sto leggendo al momento, puoi iscriverti alla mia newsletter: in fondo, infatti, troverai le copertine dell’ultima traduzione pubblicata che ho realizzato e del libro che sto leggendo, e che recensirò il mese successivo.

Questo mese, ti parlerò di Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione di Umberto Eco.

Di che cosa parliamo

Sicuramente non c’è bisogno che ti dica chi era Umberto Eco: sono sicura che già lo sai. Dire quasi la stessa cosa è il libro che Umberto Eco ha scritto riguardo la traduzione, anche se l’autore stesso afferma che non si tratta di un libro sulla teoria della traduzione. Siamo di fronte a una raccolta di saggi che Eco ha scritto in occasione di conferenze o seminari, e che sono quindi raccolti in questo volume.

Il libro ha comunque una sua coerenza interna; è chiaro infatti che il problema della traduzione è sempre stato importante nell’attività di Umberto Eco, sia come autore, sia come traduttore, sia come studioso. Da questo libro ho imparato diverse cose, mi ha sollecitato diverse riflessioni su svariati temi, anche se in qualche caso non sono stata d’accordo con l’autore, soprattutto con l’assunto iniziale, di cui però voglio parlarti dopo. Vediamo le cose che mi sono piaciute e che mi hanno insegnato molto.

Che cosa ho imparato

Il libro è ricco di esempi concreti: fa riferimento a traduzioni che si possono reperire facilmente, e molto spesso l’autore fa riferimento alle traduzioni che sono state fatte in altre lingue delle sue opere. Tutti questi riferimenti, anche quando sono fatti sul proprio lavoro, servono a esemplificare una teoria o comunque qualcosa che l’autore ha appena detto. In particolare, secondo me, servono soprattutto a far capire a chi legge che una buona traduzione non è necessariamente “fedele”, anzi: a volte una buona traduzione non può essere fedele. Uno degli esempi che Umberto Eco fa per renderci chiaro questo concetto è quello della barzelletta italiana in cui ad un certo punto, per farsi capire, uno dei protagonisti chiede all’altro di potergli dare del tu, ovviando quindi al problema di comunicazione che si pone quando gli dà del lei. Una cosa di questo genere in inglese sarebbe incomprensibile, per esempio: l’inglese infatti non ha una distinzione tra il tu e il lei come abbiamo in italiano. Ora rifletti: sarebbe più fedele tradurre esattamente il testo della barzelletta, o trasmetterne il senso, modificandola in modo che il lettore inglese, ad esempio, possa capirla meglio? La risposta è ovvia.

La riflessione sulla fedeltà della traduzione percorre praticamente tutto il libro, anche quando Umberto Eco fa riferimento alle sue opere per chiarirci i concetti. Sia chiaro, avrebbe potuto tranquillamente fare riferimento a opere diverse; l’esempio sarebbe stato comunque comprensibile. Quello che ci fa capire però è anche il modo in cui l’autore di un testo diviene consapevole di certe cose quando il traduttore lo porta a farsi delle domande. Umberto Eco dice in questo libro di aver sempre consegnato ai suoi traduttori pagine e pagine di note. Certo, sarebbe interessante sapere quale sarebbe stato il risultato anche senza queste note e anche senza questi interventi da parte dell’autore; ma fa comunque riflettere l’idea che un autore sia così consapevole delle difficoltà che può incontrare il suo traduttore da fornirgli tutte le note necessarie a comprendere meglio il testo e quindi a tradurlo al meglio.

Un’altra riflessione interessante è quella riguardante la cultura generale che un traduttore deve avere. In realtà non è propriamente una riflessione che fa Umberto Eco, è una riflessione che ho fatto leggendo un esempio che lui fa riguardo a un suo testo. Eco ci racconta di aver consigliato ai suoi traduttori di modificare alcuni riferimenti in un suo romanzo: in questo romanzo i protagonisti vedono la realtà attraverso il filtro della letteratura, per cui a un certo punto vedono una siepe e c’è una citazione tratta da “L’infinito” di Leopardi. Ovviamente, un riferimento di questo genere non risulta comprensibile a un lettore tedesco o un lettore inglese, e via discorrendo: il succo comunque non è tanto il riferimento specifico alla poesia di Leopardi, la parte importante di quel brano è che i protagonisti apprezzano quello che vedono perché lo possono riferire a un qualcosa di letterario che conoscono. È evidente che questa è una caratterizzazione del personaggio, e che in quanto tale deve essere mantenuta anche nella traduzione. Eco ha quindi consigliato di sostituire la sua citazione a Leopardi con una citazione alla letteratura della lingua di arrivo che potesse essere altrettanto conosciuta ai lettori. In questo modo, si preserva la caratterizzazione del personaggio e il lettore finale riesce a capire che il problema di questi personaggi è che vedono la realtà attraverso la letteratura. Non importa quindi se quello che vedono è una siepe o un bosco: l’importante è il riferimento letterario che quello che vedono li porta a fare.

Quello che mi sono chiesta è che cosa poteva succedere se Eco non avesse deciso di consigliare questa modifica: quello che sarebbe successo se il riconoscimento di questa particolare caratterizzazione fosse stato nelle mani del traduttore e nelle sue soltanto. È una questione molto interessante, perché apre un discorso su quello che un traduttore deve conoscere: è abbastanza ovvio, secondo me, che un traduttore debba avere una buona conoscenza della cultura della lingua su cui lavora, e questa cultura comprende anche la produzione letteraria sia del passato che del presente. Ma non possiamo essere tuttologi, per cui poteva anche succedere che uno dei traduttori di quel romanzo non riconoscesse il riferimento letterario. E a questo punto che cosa sarebbe successo? Quale sarebbe stata la traduzione finale? Non è una domanda così scontata come potrebbe sembrare. Non capire quel riferimento avrebbe potuto alterare la caratterizzazione del personaggio, perché stava tutta in quella citazione. È una cosa su cui rifletto ancora oggi, a distanza di mesi dalla lettura del testo, e di cui penso che ti parlerò presto.

Che cosa mi ha lasciata perplessa

Ti ho detto più sopra che c’è una cosa su cui non sono d’accordo, ovvero l’assunto su cui si basa Umberto Eco. All’inizio del libro infatti, Eco sostiene che a poter parlare con cognizione di causa di traduzione è non solo chi traduce, ma anche chi è stato tradotto. Lui è l’esempio più lampante di chi traduce ed è stato tradotto; nel testo ci sono diverse sue traduzioni di alcuni libri. Io però non sono molto d’accordo con questa affermazione: ritengo che così vengano tagliati fuori dal discorso ottimi traduttori che però non hanno particolari velleità letterarie, e quindi non sono interessati a scrivere romanzi. Non scrivendo romanzi, è ovvio che non verranno mai tradotti; in realtà non è così scontato che vengano tradotti nemmeno se li scrivessero. Dovrebbero essere autori di particolare successo per poter arrivare anche all’estero. In ogni caso, se è vero che Eco nel suo libro ci dimostra che essere tradotto lo ha portato a fare particolari riflessioni sulla traduzione, è anche vero che in questo modo tagliamo fuori dal discorso una traduttrice del calibro di Ilide Carmignani, giusto per citarne una. Lei non ha mai scritto romanzi, se cerchi su un qualsiasi bookstore on-line il suo nome ti compaiono però le decine di romanzi che ha tradotto, e di autori di tutto rispetto. Non ha mai scritto romanzi e non è mai stata tradotta: ma questo basta per tagliarla fuori dal discorso della traduzione? Penso che lei abbia decine di cose da dire al riguardo. Io pagherei per sentirla parlare di traduzione.

Poi è ovvio: lui è Umberto Eco e io al suo cospetto non sono che una formichina. Se pensi che io abbia appena detto una stupidaggine, molto probabilmente hai ragione!

Conclusioni

Per il resto, Dire quasi la stessa cosa è un libro che secondo me può risultare interessante per tutti. A volte il linguaggio del libro è un po’ specifico, per cui forse bisogna avere un’infarinatura di semiotica; però credo anche che si possano saltare le parti che ci risultano ostiche e passare a quelle che ci risultano interessanti (questo lo dice anche Pennac!). Rimane comunque un punto di vista interessante sul lavoro del traduttore e credo che possa far capire a tutti che non sempre possiamo salvare capra e cavoli, che a volte dobbiamo rinunciare ai giochi di parole, anche se sono bellissimi, e che a volte, quando veniamo criticati per le scelte che abbiamo fatto, forse veniamo criticati un po’ alla leggera.

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Lettura, scrittura e traduzioni sono le passioni della mia vita. Dal 2015 lavoro come traduttrice freelancer per mettere le mie passioni al servizio della mia vita.

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